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DOPO LA GUERRA IN UCRAINA ESISTE UN FUTURO PER IL DEPOSITO NAZIONALE UNICO DEI RIFIUTI RADIOATTIVI?

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A metà marzo sapremo quale sarà l’esito del Seminario Nazionale indetto per legge da Sogin, la società italiana deputata allo smaltimento dei rifiuti radioattivi,  per consentire la partecipazione dei portatori di interesse al processo decisionale che condurrà alla identificazione del sito in cui sarà realizzato il Deposito Nazionale Unico dei Rifiuti Radioattivi.

L’esito sarà rappresentato dalla CNAI, la Carta Nazionale delle Aree  Idonee, che sostituirà la CNAPI, la Carta Nazionale della Aree Potenzialmente Idonee, argomento principale sul quale si sono concentrate le critiche dei vari stakeholder pubblici e privati ammessi al Seminario Nazionale.

In sostanza la lunga lista di 67 aree potenzialmente idonee, identificate in 6 regioni italiane, sarà sostituita da una lista limitata a quelle che Sogin riterrà “effettivamente” idonee a suo insindacabile giudizio.

Stando ai reports  di Sogin  sulle risultanze del Seminario, tutte le Regioni, tutti i Comuni, tutte le Associazioni e i Comitati, tutti i privati che hanno partecipato hanno detto “no” al Deposito Nazionale Unico, deputato ad accogliere tutti i rifiuti radioattivi prodotti in Italia, per un ammontare di 95.000 mc. Di questi 17.000 sono rappresentati da scorie ad alta attività, per le quali è previsto un decadimento nell’ordine di 30.000 anni.

Le maggiori critiche hanno riguardato il progetto di Sogin che prevede di accogliere nel deposito non soltanto le scorie a bassissima, bassa e media  attività, ma anche quelle ad alta e quelle a media attività ma a lunga emivita. Fatto che di per sé non era prevedibile dal momento che le linee guida di riferimento, la Guida Tecnica ISPRA n. 29 e quella della IAEA, anch’essa n. 29, non prevedevano tale possibilità, ma erano utilizzabili esclusivamente per depositi di superficie adatti allo smaltimento di scorie a bassa attività.

Per poter sostenere la ipotesi progettuale di Sogin, che prevede lo stoccaggio di scorie ad alta attività in un deposito di superficie,   è stato pertanto necessario produrre una nuova Guida Tecnica,  che ne sostenesse la fattibilità.  Per questo, soltanto un mese  un mese prima che  la CNAPI fosse pubblicata in data 5 gennaio 2021,  è stata varata la Guida Tecnica 30. Questa nuova Guida ha ipotizzato la possibilità di stoccare i rifiuti ad alta attività in deposito di superficie, per un periodo “temporaneo di lunga durata”, cioè per almeno 100 anni.

Qualora, quindi, fosse realizzato il Deposito Nazionale Unico, questo conterrebbe non soltanto i rifiuti a bassa attività, ma anche quelli  ad alta attività esponendo almeno tre generazioni di Italiani al rischio di contaminazione per eventi acuti ( terremoti, attentati, eventi bellici, ..)o cronici (ammaliamento dei contenitori  di metallo e cemento per le scorie ad alta attività) essendo una struttura realizzata secondo criteri di sicurezza adatti esclusivamente allo smaltimento di rifiuti a bassa attività.

Infatti, è convinzione unanime a livello tecnico e scientifico che l’unica soluzione per il collocamento e lo smaltimento dei rifiuti ad alta attività sia rappresentato dal deposito geologico di profondità, cioè da un deposito realizzato a grande profondità, a partire da 700 mt, in contesti geologici adatti.

Attualmente non esiste al mondo alcun deposito geologico di profondità in funzione. Soltanto la Finlandia ne sta realizzando uno. La Francia anche sta programmando un sito del genere.

La Germania ha tentato di utilizzare una miniera di salgemma nella Halle con risultati catastrofici che l’hanno indotta a lasciare il nucleare entro la fine del 2022.

Altrettanto fallimentari sono stati i tentativi effettuati negli USA nel sito di Yucca Mountain.

Sogin  ha dichiarato che non ha in prospettiva intenzione di procedere alla identificazione di un sito italiano, che risulterebbe troppo oneroso economicamente; attenderebbe quindi la possibilità di poter usufruire di un eventuale futuro deposito unico europeo. Ma si tratta di una ipotesi irrealizzabile per una serie di motivi: appare del tutto improbabile che uno stato europeo, per quanto attratto dalle enormi compensazioni economiche che sarebbero messe in campo, possa realmente accettare un tale rischio. Inoltre tutti gli stati che volessero aderire a un tale progetto, dovrebbero assoggettarsi al criterio di reciprocità, in base al quale ad ognuno potrebbe capitare di essere scelto e questo ad un paese come l’Italia difficilmente verrebbe  perdonato dalla popolazione.

Pertanto, attualmente la proposta italiana è quella di stoccare i rifiuti ad alta attività in un deposito di superficie, adatto alla bassa attività e quindi insicuro per scorie maggiormente emissive, per almeno 100 anni.

Il responsabile di questa operazione si chiama ISIN, l’Ispettorato  Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione, che è l’autorità di regolamentazione in materia di sicurezza nucleare, e che è obbligato per sua natura ad una posizione di indipendenza ai sensi delle direttive Euratom 2009/71 e 2011/70.

L’Ispettorato con la Guida Tecnica n. 30 ha inteso avallare alla fine del 2020, un progetto già realizzato nel 2014 e tenuto secretato fino alla  pubblicazione, avvenuta nel gennaio 2021, ma ha  voluto anche salvaguardare la propria posizione identificando anche altre tre possibili soluzioni allo stoccaggio dei rifiuti ad alta attività. Fra queste figura quella di mantenere tali rifiuti nelle sedi delle vecchie centrali nucleari, ovviamente opportunamente collocati nei famosi contenitori ad alta integrità, per il tempo necessario a identificare la soluzione del deposito geologico di profondità.

Questo “particolare” comportamento di ISIN non è sfuggito alla Commissione Europea che con non ha mancato di mettere in dubbio la indipendenza dell’Ispettorato e di sanzionarlo con due procedure di infrazione. Inoltre, lascia anche dubbi la produzione sempre da parte di ISIN di una ulteriore Guida Tecnica, la n. 32, che riguarda la sicurezza dei depositi di superficie, pubblicata nell’ottobre  2021, a distanza di quasi un anno dalla pubblicazione della CNAPI. Anche in questo caso suscita una certa perplessità verificare che i criteri di sicurezza siano stati statuiti in una fase postuma, a distanza abissale dalla presentazione del programma e dal suo inizio di attuazione.

Tutto questo si inserisce in un contesto che progressivamente evidenzia come l’operato complessivo di Sogin sia quanto meno discutibile.

L’attacco Hacker a Sogin  di alcuni mesi or sono, che ha consentito l’accesso a documenti ritenuti sensibili per la sicurezza nazionale, le ispezioni della Guardia di Finanza, la decapitazione di alcune posizioni di vertice, l’inefficienza e la lentezza delle operazioni di decommissioning delle ex centrali rispetto alla quantità di danaro pubblico erogata, la richiesta di ulteriori ingenti fondi per portare avanti il programma nazionale di smaltimento dei rifiuti, le critiche  anche europee sulla indipendenza di ISIN, la relazione della commissione parlamentare “ecomafie” del dicembre 2021 non possono che suscitare perplessità sull’operato di Sogin.  In particolare la sensazione diffusa  che prende sempre più corpo riguarda in particolare la credibilità della CNAPI e la percezione di incertezza e di rischio che tutti gli stakeholder che hanno partecipato al Seminario Nazionale avvertono alla vigilia della pubblicazione della CNAI. Questa determinerà, stando alla situazione attuale, una short list di territori ritenuti”idonei” nell’ambito della quale uno soltanto sarà condannato ad ospitare il Deposito Nazionale Unico, nonostante tutti gli stakeholder unanimemente abbiano rigettalo le conclusioni  della CNAPI.

Per questo motivo, i sindaci della Provincia di Viterbo e tutte le maggiori associazioni e Comitati hanno inviato  appelli a Draghi e al Presidente della Regione Lazio per arrestare il processo e aprire tavoli tecnici di confronto, al fine di scongiurare scelte affrettate e inadeguate dal punto di vista tecnico.

A complicare la situazione e a rendere ancora più evidente la debolezza del piano di Sogin sono intervenuti gli avvenimenti di questi giorni in Ucraina.

Gli attacchi russi alla ex centrale di Chernobyl e ai depositi di materiale radioattivo dimostrano che queste tipologie di strutture sono considerati obbiettivi sensibili e strategici nel corso di eventuali coinvolgimenti bellici, il cui danneggiamento o distruzione possono essere letali e fondamentali per indebolire la resistenza di popolazioni sotto attacco.

È evidente che la concentrazione in un solo sito di tutto il materiale radioattivo, ed in particolare di quello ad alta attività, rappresentino più un rischio che un vantaggio in termini di sicurezza nazionale. E questo vale potenzialmente sia in caso di conflitti convenzionali che in caso di attentati o di eventi catastrofici come l’impatto da disastri aerei.

La distribuzione sul territorio o meglio nel nostro caso la permanenza di materiale radioattivo  ad alta attività nelle sedi delle centrale o dei depositi temporanei ora in funzione, opportunamente rinforzati e garantiti, rappresenterebbe una strategia più lungimirante, in attesa di un deposito definitivo di profondità.

 Se i famosi contenitori ad alta integrità sono realmente tali  e non necessitano di particolari barriere ingegneristiche di tutela, potrebbero essere stoccati dove i rifiuti già esistono evitando concentrazioni pericolose e trasporti che necessiterebbero non meno di quaranta anni per il conferimento al Deposito Nazionale Unico di tutti i rifiuti radioattivi. Tutto questo peggiorato dal fatto che si tratterebbe, per i rifiuti ad alta attività, di uno stoccaggio temporaneo, preliminare ad un ulteriore fase lunghissima di trasporto al deposito definitivo, quello geologico di profondità, quando mai dovesse essere realizzato in un futuro ancora non definibile.

I problemi fin qui appena accennati risultano la punta di un iceberg che prospetta ulteriori sorprese, ma che ad oggi denota troppe lacune procedurali nell’operato di Sogin per poter consentire una accettazione senza remore da parte dei territori potenzialmente coinvolti.

La responsabilità ora passa nella mani del Governo, posto che tutti gli stakeholder hanno fatto quanto era nelle loro possibilità: denunciare gli errori macroscopici di Sogin. E questo è stato fatto con la presentazione delle osservazioni al Seminario Nazionale, a costo di notevoli sacrifici economici, di impegno da parte di decine e decine di professionisti, tecnici, professori universitari che hanno voluto contribuire a mettere in luce gli errori di metodologia contenuti nella CNAPI e in genere nella progettazione del programma di smaltimento dei rifiuti radioattivi.

Non resta che auspicare un periodo di ripensamento e rivalutazione sull’intero problema, anche a costo di subire ulteriori reprimende da parte della UE, ma nell’interesse del benessere e della economia dei territori coinvolti e al fine di perseguire il migliore risultato con la piena e consapevole accettazione da parte delle comunità che saranno scelte in via definitiva.

firma di giorgio